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Grafene: l’altra faccia della medaglia

maggio 05, 2014

Mentre in tutto il mondo sono in corso ricerche per portare finalmente sul mercato questo materiale miracoloso che dovrebbe sostituire il silicio, un team dell’Università della California ha effettuato uno studio sull’impatto ambientale provocato dal grafene. I ricercatori hanno scoperto che le nanoparticelle di ossido di grafene sono molto mobili nei fiumi e nei laghi, quindi possono percorrere lunghe distanze in acqua, causando danni all’ambiente.

Il grafene, un singolo strato di atomi di carbonio, è noto per la sua forza, flessibilità e conduttività. Grazie a queste sue ottime caratteristiche potrebbe in futuro trovare posto in smartphone, tablet, indossabili, dispositivi biomedicali e anche pannelli solari. Si prevede quindi una rapida diffusione del grafene, quando verrà avviata la produzione di massa. Tuttavia, recenti studi hanno dimostrato che alcune forme di grafene, come altri nanomateriali, possono essere tossicheper l’uomo (si depositano nei polmoni e non vengono espulse). I ricercatori statunitensi hanno invece studiato le conseguenze della loro diffusione nei corsi d’acqua.

Nelle acque sotterranee, che tipicamente hanno un grado di durezza maggiore e una bassa concentrazione di materia organica naturale, le nanoparticelle di ossido di grafene sono meno stabili e vengono rimosse più facilmente. Nelle acque superficiali, meno dure e con una maggiore concentrazione di materiale organico, le nanoparticelle rimangono stabili e percorrono lunghe distanze.

Il team dell’Università della California suggerisce alle varie agenzie di protezione ambientale di esaminare in maniera approfondita l’impatto del grafene sull’ambiente.

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